Teoria sulla redazione delle procedure vs. realtà aziendale
Eppure è questa la domanda cardine che ci si deve porre quando si mette mano alla stesura di un qualsiasi documento procedurale: scriverlo non dovrebbe essere solo un atto formale per far contenti gli auditor, ma una chiara forma di comunicazione, attraverso la quale si esplicitano e si normano usi e costumi dell’azienda.
E, come ogni comunicazione che si rispetti, per essere davvero efficace, deve sempre riferirsi al destinatario e mai all’autore.
Invece, ciò a cui assistiamo spessissimo è la redazione di documenti autoreferenziali, scritti non da chi svolge l’attività, ma da chi, piuttosto, dovrebbe attestarne la veridicità.
Il tutto in un dettagliatissimo linguaggio in “qualitatese”, incomprensibile ai più.
Senza contare che, una volta realizzato il testo, i suoi contenuti non vengono più revisionati per anni – nemmeno a fronte di cambiamenti importanti – rendendo le procedure obsolete.
Il risultato? Processi e istruzioni operative ideali – perfetti per l’audit -, ma che si discostano completamente dalla realtà aziendale; azioni che nessuno compie poiché ormai desuete; prassi sovrastrutturate che complicano solo la vita ai lavoratori.
Insomma, nella maggior parte dei casi, quello che dovrebbe essere considerato un bignami da consultare alla bisogna, si trasforma invece in un faldone polveroso sullo scaffale più alto, da sfogliare solo prima di ispezioni ufficiali.