Il lato oscuro della promozione: demotivazione e silenzi strategici
La crescita attraverso il solo mezzo della promozione. Sempre e solo la promozione.
Siamo così abituati a ritenere che questa sia l’unica via percorribile, da non soffermarci ad analizzare le conseguenze o le implicazioni che possono scaturire da questa decisione.
In molti casi, infatti, questa soluzione rischia di trasformarsi in una vera e propria trappola mortale: non tutti per esempio, desiderano guidare un team o ne sono in grado; non tutti si sentono pronti a prendere decisioni strategiche o hanno acquisito gli strumenti necessari per farlo; non tutti hanno la capacità di gestire le risorse umane o sono portati a farlo.
Per cui, da un lato ci si può ritrovare con persone incastrate in un ruolo non desiderato o che, al contrario, occupano una posizione che non dovrebbe appartenergli, senza nemmeno aver sostenuto un vero e proprio banco di prova; dall’altro, invece, s’innesca un meccanismo di demotivazione generalizzata dove i veri talenti (quelli che non hanno bisogno di mettersi in mostra), si sentono defraudati della possibilità di essere valorizzati e apprezzati e, nel peggiore dei casi, se ne vanno; dove chi rimane, trovandosi a dover fronteggiare un manager non all’altezza, si trincera in una muta rassegnazione, sviluppando una serie di strategie di autoconservazione – tutte disfunzionali - per sopravvivere (chi si astiene dal prendere qualsiasi posizione o proporre iniziative per non urtare il capo; chi adotta un basso profilo per non finire nel mirino; chi emula i comportamenti del capo e/o lo adula continuamente per entrare nelle sue grazie).
Quando un'organizzazione tollera — o peggio, incentiva — questi meccanismi, sta scegliendo di proteggere le gerarchie a scapito del valore reale. Ma allora, che alternativa abbiamo?