Il sogno americano vs realtà
Ricordava bene la prima volta che aveva visitato una fabbrica americana. Una linea di montaggio lunga come una strada di campagna, pulita, scintillante, precisa.
Le macchine si muovevano con una grazia quasi innaturale e gli operai, schierati uno accanto all’altro, ripetevano gesti minimi e perfetti, con la stessa regolarità di un’orchestra diretta da un maestro invisibile.
Ogni minuto, da quella linea usciva un nuovo prodotto, identico al precedente, con quella perfezione seriale che sembrava la promessa stessa del progresso. Lui era rimasto a guardare, ammirato da quel modo di produrre, con l’attenzione tipica di chi non vuole lasciarsi sfuggire alcun dettaglio.
Dentro di lui, stupore e desiderio di raggiungere quegli standard si trasformarono in una promessa fatta a se stesso.
Ma una volta tornato a casa, la realtà era tutta un’altra storia. Le sue linee erano corte, disordinate, messe insieme più per necessità che per logica. I materiali arrivavano in ritardo e, quando arrivavano, i lotti erano così piccoli da non poter programmare più di qualche giorno di lavoro.
Il magazzino era un compromesso continuo: un luogo di sopravvivenza dove ogni volta che serviva un pezzo di ricambio cominciava una caccia al tesoro tra scaffali improvvisati, tabelle scritte a mano e appunti infilati sotto qualche bullone.