In questi casi, si finisce per coltivare una doppia cultura: quella dell’apparenza, con la costruzione di un’illusoria corazza di perfezione e quella del trasferimento della colpa.
Ecco che si ottengono così due piccioni con una fava: da un lato la salvaguardia della propria reputazione; dall’altro, la possibilità di mettere in cattiva luce chi — ironia della sorte — potrebbe essere davvero competente.
Esistono poi gli accentratori che, per mancanza di fiducia o mania del controllo, non sono in grado di delegare. Così convogliano ogni attività o decisione sotto la loro potestà, deresponsabilizzando il team.
Al contrario, ci sono coloro che delegano tutto, ma senza cognizione di causa: pensano che, così facendo, la responsabilità svanisca magicamente.
È il tipico comportamento di chi ritiene che l’onere si dissolva investendo qualcun altro del problema, sebbene, in realtà, non sia così. (approfondiremo questo tema in un articolo dedicato).
Immancabile poi è la menzione a quegli scenari aziendali più competitivi e tossici, dove l’errore viene punito severamente: sbagliare è ritenuto impensabile e viene preclusa ogni possibilità di imparare dai propri errori.
Per questo motivo, scaricare la colpa diviene l’unica strategia di difesa possibile. Inoltre, chi vive in queste realtà iper-competitive, non solo si perde la lettura del contesto, ma anche la capacità di valutare l’impatto delle proprie azioni. Senza accorgersene, finisce per diventare parte attiva — e inconsapevole — del problema.