Mentre l’Italia del 2003 stava ancora assorbendo l’impatto dell’euro e il mondo sembrava un mercato in espansione, il dottor Rovere aveva pianificato un futuro limpido e geometrico, come un salotto minimalista, in cui ogni oggetto è al posto giusto.
La sua azienda familiare aveva superato il passaggio dalla lira alla nuova valuta con sorprendente disinvoltura, nonostante l’inflazione strisciante e invisibile corrodesse, con inesorabile lentezza, i margini: un po’ come la polvere che si deposita sui mobili in esposizione, senza che nessuno la noti.
Lui era certo che, per poter cogliere nuove opportunità, sarebbe bastato guardare lontano: nuovi mercati, nuovi rivenditori esteri, nuove fiere. Non immaginava però che, di lì a poco, la vera rivoluzione non sarebbe arrivata da così distante: un gigante gialloblu, proprio in quegli anni, stava già addestrando una generazione di consumatori a pensare che il design valesse meno di una cena fuori e che il mobilio fosse un qualcosa da cambiare spesso, non da tramandare.
Cinque anni più tardi, mentre la crisi di Lehman Brothers faceva tremare anche i tavoli in legno massiccio, il nostro imprenditore aveva provato a reinventare la sua visione.
Aveva deciso che il futuro fosse la globalizzazione spinta: produrre in Cina per vendere al mondo. D’altronde, tutti lo facevano e i conti, sulla carta, erano perfetti.
Poi la realtà l’aveva travolto come un’onda di tsunami: il turbo-capitalismo cinese, con velocità e volumi che nessuna azienda italiana poteva nemmeno immaginare, lo aveva investito senza neanche guardarlo.
Mentre lui cercava di capire come adattare le sue collezioni allo stile “pane e design” dell’Occidente, dall’altra parte del mondo comparivano copie dei suoi prodotti prima ancora che lui avesse finito di fotografare i prototipi. Copie certo non perfette, ma per chi sa di cosa stiamo parlando, questo fu il primo forte segnale del nomadismo industriale.
Intanto Ikea, con la calma glaciale dei predatori che non si affrettano mai, continuava a mordere e rimordere il mercato popolare, erodendo spazi, margini, distributori, perfino l’immaginario collettivo.
Arrivò il 2011: convinto di aver imparato la lezione, il nostro imprenditore aveva deciso di raffinare la vision. Niente più delocalizzazione selvaggia, ma una rete di partnership internazionali; una strategia “adattiva”, come la chiamava lui nelle riunioni, una sorta di compromesso tra tradizione italiana e logiche globali.
Aveva appena trovato un equilibrio quando, come un fulmine che squarcia un cielo già instabile, arrivarono lo spread, le tensioni tra leader europei, un governo che cadeva e un altro che non si capiva se sarebbe partito davvero.
In poche settimane, le banche cambiarono tono, i clienti differirono gli ordini e i distributori congelarono gli investimenti. Le visioni a lungo termine evaporarono come acqua sul radiatore.
Lunghi anni di sforzi per riprendere fiato e posizione. Fino al 2019, quando la globalizzazione che aveva inseguito per vent’anni si rivelò fragile: container fermi, fiere chiuse, fornitori bloccati, interi mercati spariti. L’offshore, il suo punto d’appoggio per rimanere competitivo, era semplicemente morto in un istante, vittima del Covid.