
Watchmen aziendali
storie di potere e dipendenza tra CEO e IT
Chi controlla i controllori (dei dati)?
La domanda di Alan Moore negli "Watchmen" non è solo materia da fumetti, ma un problema di governance che si gioca ogni giorno nelle PMI italiane …e il fatto che nessuno se lo chieda più è il segnale più chiaro di tutti: il controllo è passato di mano in silenzio.
Non mi riferisco qui alla generica delega in ambito funzionale, ma specificatamente a quella che negli ultimi decenni si è tramutata in eminenza grigia del potere: La funzione IT.
Questa, seppur indispensabile, nasce in azienda come servizio accessorio, equiparabile alla manutenzione: cavi, licenze, antivirus, aggiornamenti, per poi evolvere in datacenter, strutture remote, repliche di server e certificati digitali. Il tecnico diventa presto il pronto intervento 24/7 ed è l’unico capace di rimettere in piedi sistemi che altrimenti bloccherebbero fatturato e reputazione.
È un ruolo che crea gratitudine… e dipendenza.
Un watchman che sa tutto, che vede tutto e che può intervenire ovunque. E, senza che nessuno glielo chieda esplicitamente, comincia a decidere non solo come funzionano le cose, ma cosa debba essere possibile fare.
Dal suo punto di vista, è un’evoluzione logica. Ci sono limiti tecnici e di budget, problemi che richiedono decisioni rapide, colleghi che chiedono l’impossibile. La frase “non si può fare” scaturisce dalla necessità di sopravvivenza, ma finisce per diventare legge.
Un po’ come quando il Dottor Manhattan degli Watchmen si ritira: non per cattiveria, ma perché vede il mondo in un modo che gli altri non possono comprendere.
L’ERP non produce un certo report? “Allora cambiamo il processo.” Il software non gestisce eccezioni? “Meglio adattare le regole.” In pochi anni, la tecnologia smette di essere un mezzo e diventa il metro di misura della realtà aziendale. Un’asfissia che si manifesta spesso con nuove richieste di strumenti software… senza che ci sia davvero chiarezza sul loro scopo…
…e, ovviamente, con l’ostruzione interessata dell’IT — spesso per sopravvivere a richieste deliranti piuttosto che per sete di potere.
Nel frattempo, il CEO e gli altri manager - immersi nella routine quotidiana fatta di clienti, fornitori e scadenze — imparano a fidarsi. Troppo.
Per chi ha delegato all’IT, è un’abdicazione silenziosa: non per pigrizia, ma per mancanza di tempo, di strumenti, di competenze specifiche.
Se un processo non torna, si manda una mail con un lapidario “fai tu”. Una dashboard sparisce? Va bene lo stesso, il bel tacere è più comodo del confronto. È così che, senza dichiararlo, il dato cambia padrone: dal business al custode tecnico.
Il risultato è un tacito ribaltamento. I processi aziendali iniziano a piegarsi alle possibilità tecniche, non più agli obiettivi di business. Le scelte strategiche sul patrimonio informativo — cosa raccogliere, come analizzarlo, a chi darlo — non vengono più prese dal vertice, ma emergono “per inerzia” dalle configurazioni di un gestionale, dai limiti di un CRM o dalle preferenze dell’IT manager.
E quando quest’ultimo inizia a somigliare a Ozymandias, la vera tragedia non è che abbia un piano. È che sia l’unico ad averne uno.
L’osmosi di potere si inverte quando il CEO smette di chiedere “posso fidarmi?” e inizia a chiedere “chi decide cosa conta davvero?”. È la domanda che riporta il dato al suo legittimo proprietario. La conversazione cambia: non più “si può fare?” ma “che risultato di business otteniamo se lo facciamo?”. L’IT resta al tavolo, ma risponde a obiettivi di valore, non a imperativi tecnici.
È un ruolo che crea gratitudine… e dipendenza.
